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domenica 6 maggio 2012

Taranto, Città Bella ma Ricca di Veleni


Taranto

Città assediata dalla speculazione territoriale da parte della grande industria. 


In questa città lo sfruttamento del territorio per scopi imprenditoriali, attuato anche attraverso finanziamenti statali senza controllo per realtà societarie a breve termine, è la rovina di più generazioni di tarantini.



Secondo gli ambientalisti, la grande industria (Ilva, Agip, Cementir...) fa salire Taranto ai primi posti in Europa tra le città più inquinate e con il maggior numero di tumori. Una città che, oltre a essere soffocata dall'inquinamento, è anche protagonista, come molte realtà del sud, nel settore della disoccupazione giovanile. Delinquenza e microcriminalità sono, naturalmente, presenti anche qui. Insomma, a questa città non manca proprio nulla, compresa l'incapacità dei nostri politici nel reagire e far rispettare maggiormente il territorio tarantino.



Altro nostro "flagello" è la Marina, proprietaria di gran parte del territorio: si guardino il vecchio arsenale, l'arsenale nuovo e altri terreni occupati, in alcuni casi non più utilizzati da diverso tempo. La Marina ha così scippato a Taranto buona parte della costa cittadina.

A Taranto esiste l'iperporto commerciale, ma manca un aeroporto! Un aeroporto che invece è presente a Grottaglie, cittadina bella e ricca di artigianato (le ceramiche) della provincia, ma mai decollato per contrasti sia di natura concorrenziale sia politica (vedi gli aeroporti di Bari e Brindisi). Su tutte le varie scelte commerciali, di investimento sul territorio e imprenditoriali, Bari, Brindisi e Lecce fanno da "padroni", lasciando Taranto come fanalino di coda. Ma, come avevamo già accennato, questo accade anche a causa dell'incapacità della nostra classe politica.


Taranto viene definita la "città dei due mari" perché bagnata dal Mar Grande e dal Mar Piccolo. Ha un bellissimo lungomare, tra i più belli d'Italia, una favolosa villa comunale (Villa Peripato) e il Castello Aragonese, ricco di storia, fiancheggiato dal canale navigabile sovrastato dal Ponte Girevole, unico al mondo per le sue caratteristiche. 
Il canale divide la città nuova dalla romantica Città Vecchia, un isolotto collegato alla terraferma solo da due ponti: il Ponte Girevole da un lato e il Ponte di Pietra dall'altro.

La Città Vecchia, con i suoi colorati pescherecci ormeggiati sulla costa del Mar Piccolo. Sulla costa opposta, quella che affaccia sul Mar Grande, un tramonto unico che, a seconda delle stagioni, toglie il fiato. Taranto è una città ricca di locali, pizzerie e ristoranti dalla cucina tipica, a base di pesce fresco, latticini e ottime verdure.

Sempre a Taranto venivano coltivate le famose "cozze tarantine", invidiate in tutta Europa. Cozze di elevata qualità e sapore, coltivate nel Mar Piccolo grazie alla presenza di diverse sorgenti di acqua dolce (i citri) che creavano l'equilibrio ideale per la fauna marina. Ma anche questo patrimonio è stato intaccato dall'inquinamento del Mar Piccolo, per la presenza di un alto tasso di diossina. Ora si pensa di spostare la coltivazione delle cozze nel Mar Grande.


Eppure, con spirito di responsabilità da parte di tutti, in comune accordo tra cittadini, politici e industriali, Taranto potrebbe essere una città più vivibile e accogliente. Basterebbe che la grande industria (Ilva, Cementir...) investisse, una volta per tutte, sia su sistemi per abbattere l'inquinamento prodotto dai loro impianti, sia sulla bonifica stessa del territorio.

L'Agip dovrebbe fare la stessa cosa e, vista la sua forte presenza, dare anche la possibilità — con un accordo politico locale — di creare convenzioni con il Comune e i cittadini per una riduzione dei costi del carburante. La Marina Militare, storicamente presente su buona parte del territorio, potrebbe, come forma di ringraziamento per l'ospitalità che i tarantini hanno sempre dimostrato, contribuire a rendere la città più ordinata e presentabile, dando più respiro al territorio e cedendo parte delle sue proprietà non più utilizzate.

È chiaro che i politici locali e l'amministrazione comunale non devono stare a guardare e aspettare che qualcosa accada. Tali figure pubbliche dovrebbero rappresentare l'espressione e la volontà dei cittadini, perché è proprio grazie a essi che ricoprono il proprio ruolo. Se vi è capacità, i nostri politici non devono più pensare a salvare la propria poltrona e gli interessi di pochi, ma devono lottare e spingere ai massimi livelli verso un percorso costruttivo di cambiamento per una città migliore, più sana, pulita e con presupposti per una crescita occupazionale. Diciamo basta agli accordi con l'industria che sa solo minacciare licenziamenti! Deve essere l'industria a preoccuparsi: se non rispetta il territorio e i suoi cittadini, deve andarsene a inquinare da qualche altra parte.

Ci vogliono solo voglia e coraggio per un cambiamento necessario per il bene di tutti i tarantini. Se la grande industria vuole restare a Taranto, si deve adeguare ai tarantini e non viceversa, con tutti i suoi veleni. Altrimenti Taranto, accompagnata da una classe politica adeguata, con l'appoggio di uno Stato volenteroso e il supporto di tutti, potrebbe vivere benissimo anche senza la grande industria.


Taranto è una città stupenda, con sole e mare meravigliosi, territorialmente strategica per l'import-export e un litorale favoloso con lunghissime spiagge dalla sabbia fine e bianca, mai sfruttate adeguatamente dal punto di vista imprenditoriale. Una provincia da amare! A livello turistico e architettonico, infatti, ha poco da invidiare ad altre località più blasonate.


 
Altro settore oggi meno sfruttato e in parte abbandonato rispetto al passato, per colpa della corsa verso il posto "sicuro" nell'industria, è l'agricoltura. Una terra dalle grandi possibilità per un'agricoltura con prodotti diversificati e di qualità, validi non solo per l'uso locale, ma soprattutto per l'esportazione.

Taranto potrebbe vivere tranquillamente (con le persone e le idee giuste) solo di turismo, agricoltura, artigianato e piccola industria a basso impatto ambientale. 
Amiamo di più il nostro territorio e le nostre origini, e facciamo in modo che gli altri ne abbiano più rispetto.




domenica 25 marzo 2012

Dialisi - Donazione & Trapianto

Solo in pochi sanno cosa sia la dialisi e, di conseguenza, non ne conoscono le problematiche correlate. Se queste conoscenze vengono meno, anche la divulgazione dell'informazione sulla donazione non potrà attecchire nelle coscienze di tutti noi.

La donazione è l’atto fondamentale per risolvere i problemi di moltissimi dializzati. Senza di essa, un paziente non può essere sottoposto al trapianto, restando così confinato nell’oblio della dialisi per molti anni o, in alcuni casi, fino al decesso.

La dialisi — meglio nota come emodialisi (dialisi del sangue) — sostituisce la funzione dei reni naturali quando questi presentano una ridotta o assente funzionalità (insufficienza renale). La macchina utilizzata viene definita rene artificiale: il suo scopo è depurare il sangue dalle sostanze tossiche e normalizzare il peso corporeo, operazioni che un organismo con insufficienza renale non riuscirebbe a compiere.

Nel procedimento dialitico, il sangue fluisce in un’unica direzione, dal paziente alla macchina; dopo aver attraversato un filtro e grazie all'impiego di una soluzione dialitica, ritorna al paziente privo di tossine. Una seduta di dialisi (da effettuarsi a letto o in poltrona) dura circa 4-5 ore, per tre volte a settimana (a seconda dei casi).

Prima di iniziare il trattamento, è necessario eseguire un intervento chirurgico per creare un accesso vascolare, solitamente nel braccio. Attraverso una fistola — un collegamento permanente tra una vena e un'arteria creato in anestesia locale — si permette il passaggio di alti flussi di sangue. Dopo 4-6 settimane, la vena aumenta di volume e diventa abbastanza robusta da poter essere utilizzata per la terapia.


Ecco come funziona una fistola arterovenosa

Durante la dialisi, due aghi vengono inseriti nei vasi sanguigni in corrispondenza della fistola. Il primo ago preleva il sangue che deve essere depurato, mentre il secondo riporta il sangue filtrato all'organismo.

Gli aghi sono collegati, mediante tubi in materiale plastico, a un filtro speciale chiamato dializzatore (o rene artificiale). Una pompa spinge il sangue all'interno del dializzatore: qui il sangue scorre su un lato del filtro, mentre la soluzione preparata dalla macchina passa sull'altro.

La soluzione, pur non mescolandosi mai direttamente con il sangue, estrae i liquidi in eccesso e i prodotti di scarto attraverso il processo di dialisi. Infine, il sangue depurato ritorna al secondo ago tramite il circuito tubulare e viene reintrodotto nel corpo del paziente.


Difficoltà in dialisi

Spiegare cosa significhi tutto questo, settimana dopo settimana e per tutta la vita, è difficile. L’esistenza di un dializzato è scandita dalla lentezza con cui le scorie si accumulano nell'organismo: una lentezza che regala un giorno o due di relativo benessere, nei quali è possibile vivere senza il rene artificiale, come tutte le altre persone.

Chi incontra un dializzato tra una seduta e l'altra, senza conoscerne la situazione, difficilmente immagina che la sua vita dipenda da una macchina, poiché all'apparenza sembra una persona comune. Tuttavia, trascorso questo breve tempo, l'appuntamento con la terapia è inevitabile: saltare una sola seduta significa ricominciare a stare male; saltarne di più può essere fatale.

Gli emodializzati devono limitare drasticamente l'assunzione di liquidi, poiché tutto ciò che ingeriscono resta nel corpo fino alla dialisi successiva. In soli due giorni, il peso può aumentare di diversi chili. L’incremento massimo consentito nel periodo interdialitico è pari al 5% del peso corporeo: se si eccede, la seduta successiva non sarà sufficiente a smaltire l'accumulo, poiché l'organismo non tollera sottrazioni di liquidi troppo brusche. Inoltre, l'eccesso d'acqua può accumularsi nei polmoni, ostacolando la respirazione (edema polmonare).

Nonostante debbano bere pochissimo, i dializzati provano una sete molto più intensa rispetto a una persona sana. La sete è il segnale con cui il cervello avverte che la concentrazione di sali e urea nel sangue è troppo alta. In un corpo sano, i reni eliminano l'eccesso; in un paziente nefropatico, i sali restano nell'organismo e, con essi, la sete. L'unica soluzione è consumare cibi poco salati e cercare di "dimenticare" l'arsura in attesa della dialisi successiva.

La dialisi non sostituisce appieno i reni sani. Mentre questi ultimi lavorano 24 ore su 24 mantenendo basse le tossine, la macchina agisce a intermittenza, permettendo alle scorie di raggiungere picchi elevati nel sangue.

  • Anemia: Quasi tutti i dializzati ne soffrono. I reni producono l'eritropoietina, un ormone che stimola il midollo osseo a generare globuli rossi. Senza di esso, il midollo diventa "pigro". In casi gravi, l'ormone deve essere somministrato artificialmente.

  • Potassio: Fondamentale per il cuore e i muscoli, il potassio in eccesso non viene smaltito correttamente dalla dialisi. Un accumulo può causare debolezza, aritmie e persino l'arresto cardiaco. Per questo, cibi come cioccolato, frutta e verdura devono essere limitati.

  • Fosforo e Calcio: L'aumento del fosforo nel sangue sottrae calcio alle ossa, causando dolori articolari e fragilità scheletrica. Questo accade perché i reni non riescono più ad attivare la vitamina D, funzione che la macchina non può sostituire.

  • Pressione Arteriosa: Restano irrisolti anche i problemi legati alla produzione di renina e prostaglandine, sostanze che regolano la pressione.

La dialisi permette, pur con enormi sacrifici, una buona sopravvivenza. 

Ma per ogni paziente esiste un unico sogno: il ritorno a una vita normale. 

Questo sogno ha un nome: Trapianto

Un nuovo rene funzionante significa libertà dalla macchina e salute riacquistata.



Trapianto di rene da vivente: opportunità poco conosciuta
http://www.azsalute.it/Interno.aspx?Oid=823

Innegabilmente, si tratta di un grande atto d'amore verso un figlio, un fratello o la persona amata. È la volontà di salvarla dall'incubo della dialisi e da quella macchina che permette di vivere depurando, più volte a settimana, il sangue reso impuro da reni che non filtrano più.

L'unica alternativa alla dialisi è il trapianto, ma le liste d'attesa per ricevere un organo da donatore deceduto sono lunghe, spesso troppo; a volte, il destino non concede il tempo di aspettare. Ed è qui che può scattare l'atto d'amore: la donazione di rene da vivente.

Oggi, il trapianto da donatore vivente è considerato un'alternativa validissima a quello da cadavere. Anzi, secondo le statistiche norvegesi — Paese che pratica questa procedura dal 1968 come prima opzione terapeutica — risulta essere un'ottima scelta. In tutti questi anni, infatti, non si sono registrati decessi operatori né post-operatori; inoltre, l'aspettativa di vita del donatore non risulta modificata e il recupero dei soggetti trapiantati è completo.

Eppure, in Italia, il trapianto di rene da vivente rappresenta solo l'11% del totale. Ci si chiede il perché. La risposta più probabile è che questa pratica non sia ancora adeguatamente conosciuta: si tende sempre ad associare il trapianto esclusivamente a una persona deceduta.

Da qui nasce l'importanza di informare la popolazione sulla possibilità di donare un rene in vita: un'occasione preziosa per offrire a chi è affetto da insufficienza renale grave l'opportunità di tornare a vivere.



Tecnica mini invasiva, più facile il trapianto di rene da donatore vivente
http://www.azsalute.it/Interno.aspx?Oid=807

Grazie a una nuova tecnica di chirurgia mini-invasiva, la donazione di rene da vivente diventa più semplice: l'organo viene prelevato attraverso una piccola incisione di soli 6 cm, in modo sicuro e meno traumatico.

Questa metodica offre maggiori garanzie rispetto alle procedure tradizionali e, come ogni intervento mini-invasivo, garantisce un miglior risultato estetico, una riduzione del dolore e delle complicanze, nonché una degenza ospedaliera ridotta e una più rapida ripresa del donatore.