venerdì 24 febbraio 2012

La Solitudine



In generale, la solitudine la “subiscono” coloro che si isolano o vengono isolati da chi li circonda per motivi di diversa natura: caratteriale, psicologica, per condizione sociale, ecc. Le varianti sono talmente tante che è difficile schematizzare in poche parole come un individuo possa giungere a una condizione di questo tipo, che molto spesso è anche causa di un malessere interiore che porta ad allontanarsi proprio dal concetto di integrazione, con conseguente isolamento dal mondo esterno. Bisogna ricordare anche che la solitudine non nasce solo dall’involontarietà di noi stessi, del nostro essere o del nostro saper stare nel sociale, ma in moltissimi altri casi nasce da una volontà soggettiva dell’individuo o per scelta di vita.

Ad esempio, la timidezza e l’inibizione verso il prossimo portano queste persone a non partecipare attivamente alla vita sociale; esse si escludono autonomamente e forzatamente dai rapporti interpersonali, costringendo il prossimo ad abituarsi a non considerarli. Un altro esempio può essere rappresentato da quelle persone che si sentono autonome e libere da ogni coinvolgimento sociale.

Ci sono poi coloro che, a causa del loro modo di porsi con gli altri, rischiano una forma di isolamento meno evidente ma comunque presente nella loro vita. Questi sono gli arroganti e i maleducati, convinti di far parte di un mondo tutto loro, circondandosi di persone che ideologicamente la pensano nello stesso modo. In realtà si tratta di un falso ideologico, perché si può essere isolati anche all’interno di uno stesso gruppo apparentemente omogeneo. È come se, pur di appartenere a un gruppo, si fingesse di seguire la stessa corrente, ma in realtà è solo finzione, così come finta è l’intera compagnia. Quello che rende forte l’unione, l’appartenenza a qualcuno o qualcosa e il non sentirsi soli è la lealtà, l’onestà intellettuale, l’educazione e l’amicizia, anche se di correnti diverse.

Molto spesso il nostro modo di essere può derivare da esperienze vissute più o meno negative, che lasciano il segno nello sviluppo della nostra personalità e che ci portano frequentemente a proporci — come forma di autodifesa incondizionata — in modo negativo verso gli altri, a tal punto da non essere compresi e quindi accettati.

Ci sono poi quelli che, nonostante il forte desiderio e la volontà di socializzare e partecipare con condivisione alle problematiche sociali di diversa natura, vengono comunque e sistematicamente esclusi. Qui i motivi possono essere tristemente associabili all’ignoranza e alla scarsa maturità di alcune persone, la cui incoscienza ed egoismo vanno oltre ogni ragionevole comprensione. Tale pochezza d’animo isola alcune categorie di persone perché appartenenti a differenti ceti e condizioni sociali, razze o religioni. Povertà, colore della pelle e religione differente sono tutte cose che creano ancora separazione tra la gente.

Eppure basterebbero un po' più di cuore, altruismo e solidarietà per unire maggiormente le persone, seppur con percorsi diversi, ma con spirito di unione sociale.

mercoledì 22 febbraio 2012

La Famiglia



Cuore pulsante della sfera sociale…

Organizzazione microscopica basata su regole non scritte, ma dettate dall’educazione, dalla responsabilità, dal rispetto, dall’amore, dalla solidarietà e dall’altruismo reciproco… l’insieme di tali organizzazioni costituisce il tessuto dell’intera società.

Quando alcune di queste microrganizzazioni vengono meno per cause diverse (ignoranza, scarsa educazione, condizione sociale negativa, impoverimento, aggressività, ecc.), viene meno anche parte del tessuto sociale. Nascono i disordini, la micro e macro delinquenza, le speculazioni e quant’altro di marcio tende a insinuarsi sempre più nell’intera organizzazione mondiale.

L’intera società può recuperare terreno verso il buon senso reciproco, e con uno sguardo coraggioso e caritatevole verso i più bisognosi, solo se alla sua base le stesse famiglie cominciano ad assumere maggior consapevolezza che l’educazione, il rispetto e le non false moralità sono il seme che porterà i nostri figli a crescere verso un futuro migliore.

Educare, pertanto, i nostri figli fin da piccoli per un mondo migliore è l’elemento significativo e indiscutibile per un mondo più unito e nel reciproco rispetto, indipendentemente dal ceto sociale, dalla razza o dalle religioni.

Dal punto di vista più intimo e personale, la famiglia esprime in me molteplici sensazioni; con un'esternazione derivante dal profondo del mio animo, dico che è l’eredità che il nostro Signore Gesù Cristo ha lasciato in terra come testimonianza e rappresentazione del suo amore e della sua benevolenza nei confronti del genere umano. L’amore verso il nostro Signore non può essere paragonato all’amore terreno verso la famiglia: l’amore verso il Signore è unico e indiscutibile, ma la famiglia è la catena che lo lega a tutti noi e pertanto, nel mio intimo più profondo, penso che…

La famiglia nasce dall’amore dei nostri genitori… madre e padre… fondamenta terrene per la nostra crescita… massima espressione fisica e figurativa che mai ci abbandona…

La famiglia è il nido della nostra vita, la nostra casa, il nostro rifugio.

È il calore che ti avvolge quando ne hai bisogno.
È la protezione contro le avversità della vita.
È il cuore pulsante della tua interiorità.
È il tuo salvagente per non affondare.
È l’amore che ricevi quando ti senti vuoto.
È la spalla dove appoggiare tutto il peso del tuo fagotto esistenziale.
È l’abbraccio che ti viene offerto in ogni momento.
È la porta che trovi aperta senza bisogno di bussare.
È la bandiera delle nostre origini.
È il profumo della nostra giovinezza.
È la compagna dei nostri giorni.
È la gioia nel condividere le nostre vittorie.
È lo sfogo dei nostri pensieri.
È la nostra ancora per non andare alla deriva.
È la festa dei nostri giorni.
È l’impegno della nostra vita.
È la tenerezza degli anni che passano.
È la storia della nostra vita.
È il bacio più bello e protettivo che riceviamo e che diamo.
È l’organizzazione della nostra vita.
È la personificazione della solidarietà.
È il soffice cuscino di piume dove posare i nostri sogni.
È il saluto supremo e ultimo che possiamo dare e ricevere.

Grazie alla presenza costante del nostro Signore dentro tutti noi, che mai ci abbandona, e grazie ai Suoi insegnamenti, la Famiglia, attraverso di Lui, è… e sempre sarà…

Sguardo sul Trapianto di Rene tra Viventi



Nel processo che porta al trapianto di rene tra viventi vi sono due figure fondamentali da tenere in considerazione: il “donatore” e il “ricevente”. 

Il donatore, come dice la parola stessa, è colui che dona e che si sottopone all’espianto volontario del proprio rene; può essere un familiare (padre, madre, fratello, sorella, etc.) o un estraneo comunque compatibile. Il ricevente, molto semplicemente, è invece colui che riceve e che viene sottoposto al trapianto.

Tra il donatore e il ricevente vi è tutta una équipe medica altamente professionale che avvia una serie di procedure mediche (strumentali, ematochimiche e psicologiche) per raggiungere lo scopo finale che altro non è che la buona riuscita del trapianto, salvaguardando comunque e a priori la salute stessa sia del donatore che del trapiantato.

Aspetti psicologici

Il donatore prima di fare una scelta di questo tipo può sentirsi: 
Combattuto e spaventato, nonostante la volontà e l’amore nei confronti del ricevente. Stato, questo, che può condizionare fortemente e in negativo la stessa volontà nel proseguire nella sua scelta finale di donare. Naturalmente, anche in caso di un eventuale passo indietro, il donatore va capito, difeso e tutelato. 
Senza remore, coraggioso e spinto solo dall’amore verso il ricevente; ciò lo porta a proseguire verso il cammino dell’espianto.

Il sacrificio della donazione è supremo e nulla può essere chiesto in cambio, perché nulla potrà mai contraccambiarlo. 
Durante la fase di meditazione e programmazione al trapianto il donatore è spinto da una grande forza di volontà e senso di sacrificio. La gioia che prova, sapendo che il suo gesto rappresenta la salvezza della vita altrui, è enorme. Più vi è questa consapevolezza, maggiore è la spinta e la volontà nel procedere con il proprio gesto.
La donazione è quindi un grande gesto di Amore e di Sacrificio senza limiti.
Donare una parte di sé, un proprio organo, è appagare il senso della propria vita, è il gesto più grande che una persona possa fare per qualcuno.

Il ricevente (trapiantato) prima di fare il trapianto è consapevole del fatto che una persona cara sta per donargli il proprio rene.
Le paure e il senso di responsabilità che investono il ricevente sono enormi, a tal punto da pensare al rifiuto del trapianto stesso. I dubbi sono tanti e tutti spinti da questo senso di responsabilità nei confronti di chi dona (il familiare, madre, padre, etc.).

I dubbi e le domande sono del tipo:
E se il trapianto non dovesse andare a buon fine?
E se durante l’intervento ci dovessero essere problemi per il proprio caro?
Cosa succederebbe se ad aver problemi simili di rene dovesse essere il proprio caro in un prossimo futuro?
Etc….

Superata questa fase, dopo mille raccomandazioni, consigli e informazioni di natura medica e psicologica, con più tranquillità ma sempre con grande preoccupazione, si decide per il trapianto.
A trapianto avvenuto, superate le sofferenze iniziali, si comincia pian piano a riprendere possesso della propria vita, facendo quello che prima magari non si riusciva a fare o non si aveva la forza di fare. Si prova un grande senso di gioia, di felicità e di libertà che non si provava ormai da tempo.
Il senso di gratitudine verso chi ti ha donato il rene è enorme, così come il senso di responsabilità. La cosa più grande che si può fare per questa persona è custodire e proteggere con tutte le proprie forze quel bene prezioso che ti è stato donato: il rene e i sacrifici ad esso legati.
Naturalmente la tua vita, che apparentemente rientra nella normalità individuale e sociale, è in realtà in continua allerta involontaria per evitare qualunque forma di trauma al tuo nuovo organo. Cerchi di curare l’alimentazione e di fare attività fisica mirata e controllata; i controlli medici durante l’anno non mancano e, così facendo, la tua vita va avanti. Piccoli accorgimenti e sana vita sociale come ogni altra persona, senza farsi mancare nulla….
Dopo molti anni dal trapianto, quando ormai tutto ti sembra normale, ti rendi conto che comincia ad assalirti una nuova preoccupazione e paura, che non è minore di quella che avevi prima del trapianto, anzi è forse maggiore.
La paura è proprio quella di perdere il tuo rene, visti i tanti anni che sono passati dal trapianto. Cominci a pensare che un trapianto non possa durare tutta una vita, anche perché non si conosce ancora concretamente quella che è la vita media di un trapianto. 
Dopo più di 20 anni di trapianto questo nuovo timore comincia a crescere sempre più nel tuo animo, anno dopo anno. 
La paura poi non è solo quella di dover perdere il rene, ma anche di dover rientrare in un sistema dialitico che, seduta dopo seduta, ti consuma. Rimettersi in lista d'attesa e attendere anni affinché si trovi un nuovo donatore disponibile e a te compatibile (vivente o cadavere che sia). La consapevolezza che gli anni anagrafici non sono a tuo favore ti spaventa ancor di più. Intendiamoci: è preferibile fare un trapianto a un giovane che non a una persona avanti negli anni…

In definitiva, però, quello che bisogna fare è cercare di condurre una vita serena e felice, compatibilmente con i propri problemi, e vivere apprezzando quanto di buono la vita ci offra, attimo per attimo. Tutto il resto, a tempo debito, verrà affrontato con più maturità e forza.

Precarietà Sociale

L’incertezza del lavoro porta i giovani, e oggi anche i meno giovani, a identificarsi socialmente come “precari”.

La precarietà accompagna la vita di chi la subisce verso due percorsi differenti: uno di natura ideologica e propositiva per il futuro e l’altro di negazione e annullamento temporale socio-individuale.

Nel primo caso, il precariato potrebbe rappresentare quel passaggio formativo che, in un tempo non troppo lungo, porterebbe un giovane a trovarsi professionalmente inserito in un ciclo produttivo, con una crescita non solo professionale ma soprattutto individuale e sociale. In tal modo, tutta la società ne trarrebbe giovamento, sia dal punto di vista economico-produttivo che culturale.

Nel secondo caso — quello meno ideologico ma più reale, presente ai giorni nostri e sempre più proiettato verso un futuro incerto nei cambiamenti — si assiste all’esatto opposto del caso precedente. Tale situazione e le relative conseguenze, a dir poco emarginanti, sono ben evidenziate nello schema di seguito esposto. È quindi chiaro che un concetto di precarietà di questo tipo porta a un circolo vizioso che danneggia l’intera società.

 

martedì 21 febbraio 2012

Le Maschere dell'Orgoglio



È il sentimento che uccide l’uomo.

È il sentimento che ti isola e che ti allontana dal tuo prossimo e da chi ti vuole bene.

È il sentimento che, nella tua convinzione, non ti fa sentire inferiore agli altri.

È il sentimento che nasconde le tue difficoltà nella vita.

È il sentimento che mette a nudo la tua debolezza di individuo.

È l’incapacità di rapportarti con gli altri.

È la richiesta di aiuto che, pur non sapendolo, invii al tuo prossimo.

L’orgoglio ti fa compiere scelte sbagliate, spesso anche se ne sei consapevole.

L’orgoglio ti porta alla possessività del tuo io e di tutto quello che ti circonda.

L’orgoglio ti fa apparire freddo e antipatico.

L’orgoglio è la negazione delle idee altrui e del confronto con esse.

L’orgoglio è la negazione della felicità.

L’orgoglioso è un accentratore apparente, ma in realtà ha bisogno degli altri.

L’orgoglio è altruismo individuale, nascosto e non condiviso con nessuno.

L’orgoglio è negazione dell'espressione di gioia per qualcosa o per qualcuno.

L’orgoglio soffoca le proprie gioie per non darne dimostrazione.

L’orgoglio è qualcosa che nasce da un disagio personale che l’individuo ha maturato fin da piccolo e che, crescendo, caratterizza la sua personalità, esternandosi al prossimo senza che egli abbia la forza e la consapevolezza di evitarlo.

L’orgoglioso deve essere coinvolto nella socialità degli eventi: va aiutato e non abbattuto, non deve essere evitato ma capito e accompagnato con intelligenza nel cammino che ci accomuna...

La Pioggia


Osservando la pioggia provo un grande senso di malinconia...

Una malinconia dalle molteplici sensazioni, a me piacevoli.

Osservare la pioggia mi fa sentire più sereno e protetto da quel mondo esterno pieno di ostacoli. È come se, non potendo uscire a causa sua, io fossi, per quei momenti, immune dalle contraddizioni della vita.

Osservando la pioggia, odo in me una pace interiore che solo in pochi momenti della vita riesco a percepire. Amo la pioggia proprio per questo.

Osservando la pioggia, mentre cade delicata sulle verdi foglie che la natura offre, il mio sguardo si immerge nei ricordi più belli e teneri della vita.

Osservare la pioggia mi fa sentire avvolto dalla tenerezza che solo la propria mamma sapeva darti con i suoi calorosi abbracci. Quegli abbracci che non puoi più provare, se non solo nei tuoi ricordi più nascosti.

È talmente bella la sensazione che provi, che ti senti in pace con te stesso.

La pioggia per me è un rigeneratore d’animo, quell’animo spesso nascosto e sommerso dalla quotidiana frenesia.

E allora, che la pioggia venga pure, per tutti noi e per la natura stessa.