domenica 6 maggio 2012

Taranto, Città Bella ma Ricca di Veleni


Taranto

Città assediata dalla speculazione territoriale da parte della grande industria. 


In questa città lo sfruttamento del territorio per scopi imprenditoriali, attuato anche attraverso finanziamenti statali senza controllo per realtà societarie a breve termine, è la rovina di più generazioni di tarantini.



Secondo gli ambientalisti, la grande industria (Ilva, Agip, Cementir...) fa salire Taranto ai primi posti in Europa tra le città più inquinate e con il maggior numero di tumori. Una città che, oltre a essere soffocata dall'inquinamento, è anche protagonista, come molte realtà del sud, nel settore della disoccupazione giovanile. Delinquenza e microcriminalità sono, naturalmente, presenti anche qui. Insomma, a questa città non manca proprio nulla, compresa l'incapacità dei nostri politici nel reagire e far rispettare maggiormente il territorio tarantino.



Altro nostro "flagello" è la Marina, proprietaria di gran parte del territorio: si guardino il vecchio arsenale, l'arsenale nuovo e altri terreni occupati, in alcuni casi non più utilizzati da diverso tempo. La Marina ha così scippato a Taranto buona parte della costa cittadina.

A Taranto esiste l'iperporto commerciale, ma manca un aeroporto! Un aeroporto che invece è presente a Grottaglie, cittadina bella e ricca di artigianato (le ceramiche) della provincia, ma mai decollato per contrasti sia di natura concorrenziale sia politica (vedi gli aeroporti di Bari e Brindisi). Su tutte le varie scelte commerciali, di investimento sul territorio e imprenditoriali, Bari, Brindisi e Lecce fanno da "padroni", lasciando Taranto come fanalino di coda. Ma, come avevamo già accennato, questo accade anche a causa dell'incapacità della nostra classe politica.


Taranto viene definita la "città dei due mari" perché bagnata dal Mar Grande e dal Mar Piccolo. Ha un bellissimo lungomare, tra i più belli d'Italia, una favolosa villa comunale (Villa Peripato) e il Castello Aragonese, ricco di storia, fiancheggiato dal canale navigabile sovrastato dal Ponte Girevole, unico al mondo per le sue caratteristiche. 
Il canale divide la città nuova dalla romantica Città Vecchia, un isolotto collegato alla terraferma solo da due ponti: il Ponte Girevole da un lato e il Ponte di Pietra dall'altro.

La Città Vecchia, con i suoi colorati pescherecci ormeggiati sulla costa del Mar Piccolo. Sulla costa opposta, quella che affaccia sul Mar Grande, un tramonto unico che, a seconda delle stagioni, toglie il fiato. Taranto è una città ricca di locali, pizzerie e ristoranti dalla cucina tipica, a base di pesce fresco, latticini e ottime verdure.

Sempre a Taranto venivano coltivate le famose "cozze tarantine", invidiate in tutta Europa. Cozze di elevata qualità e sapore, coltivate nel Mar Piccolo grazie alla presenza di diverse sorgenti di acqua dolce (i citri) che creavano l'equilibrio ideale per la fauna marina. Ma anche questo patrimonio è stato intaccato dall'inquinamento del Mar Piccolo, per la presenza di un alto tasso di diossina. Ora si pensa di spostare la coltivazione delle cozze nel Mar Grande.


Eppure, con spirito di responsabilità da parte di tutti, in comune accordo tra cittadini, politici e industriali, Taranto potrebbe essere una città più vivibile e accogliente. Basterebbe che la grande industria (Ilva, Cementir...) investisse, una volta per tutte, sia su sistemi per abbattere l'inquinamento prodotto dai loro impianti, sia sulla bonifica stessa del territorio.

L'Agip dovrebbe fare la stessa cosa e, vista la sua forte presenza, dare anche la possibilità — con un accordo politico locale — di creare convenzioni con il Comune e i cittadini per una riduzione dei costi del carburante. La Marina Militare, storicamente presente su buona parte del territorio, potrebbe, come forma di ringraziamento per l'ospitalità che i tarantini hanno sempre dimostrato, contribuire a rendere la città più ordinata e presentabile, dando più respiro al territorio e cedendo parte delle sue proprietà non più utilizzate.

È chiaro che i politici locali e l'amministrazione comunale non devono stare a guardare e aspettare che qualcosa accada. Tali figure pubbliche dovrebbero rappresentare l'espressione e la volontà dei cittadini, perché è proprio grazie a essi che ricoprono il proprio ruolo. Se vi è capacità, i nostri politici non devono più pensare a salvare la propria poltrona e gli interessi di pochi, ma devono lottare e spingere ai massimi livelli verso un percorso costruttivo di cambiamento per una città migliore, più sana, pulita e con presupposti per una crescita occupazionale. Diciamo basta agli accordi con l'industria che sa solo minacciare licenziamenti! Deve essere l'industria a preoccuparsi: se non rispetta il territorio e i suoi cittadini, deve andarsene a inquinare da qualche altra parte.

Ci vogliono solo voglia e coraggio per un cambiamento necessario per il bene di tutti i tarantini. Se la grande industria vuole restare a Taranto, si deve adeguare ai tarantini e non viceversa, con tutti i suoi veleni. Altrimenti Taranto, accompagnata da una classe politica adeguata, con l'appoggio di uno Stato volenteroso e il supporto di tutti, potrebbe vivere benissimo anche senza la grande industria.


Taranto è una città stupenda, con sole e mare meravigliosi, territorialmente strategica per l'import-export e un litorale favoloso con lunghissime spiagge dalla sabbia fine e bianca, mai sfruttate adeguatamente dal punto di vista imprenditoriale. Una provincia da amare! A livello turistico e architettonico, infatti, ha poco da invidiare ad altre località più blasonate.


 
Altro settore oggi meno sfruttato e in parte abbandonato rispetto al passato, per colpa della corsa verso il posto "sicuro" nell'industria, è l'agricoltura. Una terra dalle grandi possibilità per un'agricoltura con prodotti diversificati e di qualità, validi non solo per l'uso locale, ma soprattutto per l'esportazione.

Taranto potrebbe vivere tranquillamente (con le persone e le idee giuste) solo di turismo, agricoltura, artigianato e piccola industria a basso impatto ambientale. 
Amiamo di più il nostro territorio e le nostre origini, e facciamo in modo che gli altri ne abbiano più rispetto.




domenica 25 marzo 2012

Dialisi - Donazione & Trapianto

Solo in pochi sanno cosa sia la dialisi e, di conseguenza, non ne conoscono le problematiche correlate. Se queste conoscenze vengono meno, anche la divulgazione dell'informazione sulla donazione non potrà attecchire nelle coscienze di tutti noi.

La donazione è l’atto fondamentale per risolvere i problemi di moltissimi dializzati. Senza di essa, un paziente non può essere sottoposto al trapianto, restando così confinato nell’oblio della dialisi per molti anni o, in alcuni casi, fino al decesso.

La dialisi — meglio nota come emodialisi (dialisi del sangue) — sostituisce la funzione dei reni naturali quando questi presentano una ridotta o assente funzionalità (insufficienza renale). La macchina utilizzata viene definita rene artificiale: il suo scopo è depurare il sangue dalle sostanze tossiche e normalizzare il peso corporeo, operazioni che un organismo con insufficienza renale non riuscirebbe a compiere.

Nel procedimento dialitico, il sangue fluisce in un’unica direzione, dal paziente alla macchina; dopo aver attraversato un filtro e grazie all'impiego di una soluzione dialitica, ritorna al paziente privo di tossine. Una seduta di dialisi (da effettuarsi a letto o in poltrona) dura circa 4-5 ore, per tre volte a settimana (a seconda dei casi).

Prima di iniziare il trattamento, è necessario eseguire un intervento chirurgico per creare un accesso vascolare, solitamente nel braccio. Attraverso una fistola — un collegamento permanente tra una vena e un'arteria creato in anestesia locale — si permette il passaggio di alti flussi di sangue. Dopo 4-6 settimane, la vena aumenta di volume e diventa abbastanza robusta da poter essere utilizzata per la terapia.


Ecco come funziona una fistola arterovenosa

Durante la dialisi, due aghi vengono inseriti nei vasi sanguigni in corrispondenza della fistola. Il primo ago preleva il sangue che deve essere depurato, mentre il secondo riporta il sangue filtrato all'organismo.

Gli aghi sono collegati, mediante tubi in materiale plastico, a un filtro speciale chiamato dializzatore (o rene artificiale). Una pompa spinge il sangue all'interno del dializzatore: qui il sangue scorre su un lato del filtro, mentre la soluzione preparata dalla macchina passa sull'altro.

La soluzione, pur non mescolandosi mai direttamente con il sangue, estrae i liquidi in eccesso e i prodotti di scarto attraverso il processo di dialisi. Infine, il sangue depurato ritorna al secondo ago tramite il circuito tubulare e viene reintrodotto nel corpo del paziente.


Difficoltà in dialisi

Spiegare cosa significhi tutto questo, settimana dopo settimana e per tutta la vita, è difficile. L’esistenza di un dializzato è scandita dalla lentezza con cui le scorie si accumulano nell'organismo: una lentezza che regala un giorno o due di relativo benessere, nei quali è possibile vivere senza il rene artificiale, come tutte le altre persone.

Chi incontra un dializzato tra una seduta e l'altra, senza conoscerne la situazione, difficilmente immagina che la sua vita dipenda da una macchina, poiché all'apparenza sembra una persona comune. Tuttavia, trascorso questo breve tempo, l'appuntamento con la terapia è inevitabile: saltare una sola seduta significa ricominciare a stare male; saltarne di più può essere fatale.

Gli emodializzati devono limitare drasticamente l'assunzione di liquidi, poiché tutto ciò che ingeriscono resta nel corpo fino alla dialisi successiva. In soli due giorni, il peso può aumentare di diversi chili. L’incremento massimo consentito nel periodo interdialitico è pari al 5% del peso corporeo: se si eccede, la seduta successiva non sarà sufficiente a smaltire l'accumulo, poiché l'organismo non tollera sottrazioni di liquidi troppo brusche. Inoltre, l'eccesso d'acqua può accumularsi nei polmoni, ostacolando la respirazione (edema polmonare).

Nonostante debbano bere pochissimo, i dializzati provano una sete molto più intensa rispetto a una persona sana. La sete è il segnale con cui il cervello avverte che la concentrazione di sali e urea nel sangue è troppo alta. In un corpo sano, i reni eliminano l'eccesso; in un paziente nefropatico, i sali restano nell'organismo e, con essi, la sete. L'unica soluzione è consumare cibi poco salati e cercare di "dimenticare" l'arsura in attesa della dialisi successiva.

La dialisi non sostituisce appieno i reni sani. Mentre questi ultimi lavorano 24 ore su 24 mantenendo basse le tossine, la macchina agisce a intermittenza, permettendo alle scorie di raggiungere picchi elevati nel sangue.

  • Anemia: Quasi tutti i dializzati ne soffrono. I reni producono l'eritropoietina, un ormone che stimola il midollo osseo a generare globuli rossi. Senza di esso, il midollo diventa "pigro". In casi gravi, l'ormone deve essere somministrato artificialmente.

  • Potassio: Fondamentale per il cuore e i muscoli, il potassio in eccesso non viene smaltito correttamente dalla dialisi. Un accumulo può causare debolezza, aritmie e persino l'arresto cardiaco. Per questo, cibi come cioccolato, frutta e verdura devono essere limitati.

  • Fosforo e Calcio: L'aumento del fosforo nel sangue sottrae calcio alle ossa, causando dolori articolari e fragilità scheletrica. Questo accade perché i reni non riescono più ad attivare la vitamina D, funzione che la macchina non può sostituire.

  • Pressione Arteriosa: Restano irrisolti anche i problemi legati alla produzione di renina e prostaglandine, sostanze che regolano la pressione.

La dialisi permette, pur con enormi sacrifici, una buona sopravvivenza. 

Ma per ogni paziente esiste un unico sogno: il ritorno a una vita normale. 

Questo sogno ha un nome: Trapianto

Un nuovo rene funzionante significa libertà dalla macchina e salute riacquistata.



Trapianto di rene da vivente: opportunità poco conosciuta
http://www.azsalute.it/Interno.aspx?Oid=823

Innegabilmente, si tratta di un grande atto d'amore verso un figlio, un fratello o la persona amata. È la volontà di salvarla dall'incubo della dialisi e da quella macchina che permette di vivere depurando, più volte a settimana, il sangue reso impuro da reni che non filtrano più.

L'unica alternativa alla dialisi è il trapianto, ma le liste d'attesa per ricevere un organo da donatore deceduto sono lunghe, spesso troppo; a volte, il destino non concede il tempo di aspettare. Ed è qui che può scattare l'atto d'amore: la donazione di rene da vivente.

Oggi, il trapianto da donatore vivente è considerato un'alternativa validissima a quello da cadavere. Anzi, secondo le statistiche norvegesi — Paese che pratica questa procedura dal 1968 come prima opzione terapeutica — risulta essere un'ottima scelta. In tutti questi anni, infatti, non si sono registrati decessi operatori né post-operatori; inoltre, l'aspettativa di vita del donatore non risulta modificata e il recupero dei soggetti trapiantati è completo.

Eppure, in Italia, il trapianto di rene da vivente rappresenta solo l'11% del totale. Ci si chiede il perché. La risposta più probabile è che questa pratica non sia ancora adeguatamente conosciuta: si tende sempre ad associare il trapianto esclusivamente a una persona deceduta.

Da qui nasce l'importanza di informare la popolazione sulla possibilità di donare un rene in vita: un'occasione preziosa per offrire a chi è affetto da insufficienza renale grave l'opportunità di tornare a vivere.



Tecnica mini invasiva, più facile il trapianto di rene da donatore vivente
http://www.azsalute.it/Interno.aspx?Oid=807

Grazie a una nuova tecnica di chirurgia mini-invasiva, la donazione di rene da vivente diventa più semplice: l'organo viene prelevato attraverso una piccola incisione di soli 6 cm, in modo sicuro e meno traumatico.

Questa metodica offre maggiori garanzie rispetto alle procedure tradizionali e, come ogni intervento mini-invasivo, garantisce un miglior risultato estetico, una riduzione del dolore e delle complicanze, nonché una degenza ospedaliera ridotta e una più rapida ripresa del donatore.

sabato 10 marzo 2012

Astuccio di Pronto Soccorso


Vorrei condividere con tutti voi qualcosa di veramente bello da leggere, da conservare e tenere a disposizione in caso di bisogno... Sono frammenti pieni di sentimento che ci ricordano chi siamo.

Il testo (che forse è già di vostra conoscenza) non è frutto di una mia elaborazione, ma mi è stato donato da una persona a me molto cara e preziosa, che a sua volta lo ha ricevuto da qualcun altro di pari profondità d'animo.


Astuccio di Pronto Soccorso

Abbiamo bisogno di un astuccio di pronto soccorso, il cui contenuto è il seguente:
  • Un paio di occhiali
  • Un elastico
  • Un cerotto
  • Una matita
  • Un filo
  • Una gomma per cancellare
  • Un bacio al cioccolato
  • Una bustina di tè
Vi state chiedendo a che cosa servono tutti questi ingredienti?

Gli Occhiali...
per vedere e apprezzare le qualità delle persone che ci circondano.

L'Elastico...
per ricordarsi di essere flessibile quando la gente o le cose non sono come vorremmo.

Il Cerotto...
per guarire i sentimenti feriti, tanto i nostri quanto quelli degli altri.

La Matita...
per scrivere tutto il bene che ci capita quotidianamente (e Dio solo sa quanto ce n'è da scrivere).

La Gomma da Cancellare...
per ricordare che ognuno di noi commette errori e che abbiamo l'occasione di cancellare.

Il Filo...
per restare legati alle persone realmente importanti nella nostra vita e che rischiamo di dimenticare.

Il Bacio al Cioccolato...
per ricordarci che ognuno di noi ha bisogno di un bacio, una carezza o una parola gentile ogni giorno.

E, finalmente, la Bustina di Tè...
perché alla fine della giornata possiamo riposare, rilassarci e riflettere.

Forse, per la gente, sei solo "QUALCUNO".
Ma...sicuramente sei "IL MONDO" per "QUALCUNO".

Che questo "Astuccio" possa rimanere a portata di mano in caso di bisogno...!

giovedì 8 marzo 2012

Le Verità Nascoste



Il rifiuto, il non essere accettati o la percezione di una diversità rispetto all’apparente normalità degli altri, rappresentano la nostra paura più primordiale; un timore che ci spinge spesso a comportamenti che snaturano la nostra vera libertà e personalità. Viviamo un isolamento interiore e un senso di colpa verso noi stessi per il semplice motivo che tendiamo a chiuderci, evitando di aprirci completamente. Siamo infatti coscienti che raccontare la verità — che venga accettata o meno — può portare allo scontro, all’allontanamento e alla solitudine.

Nella coppia vogliamo a tutti i costi conservare la nostra autonomia di individui pensanti, con libertà di agire, talvolta pensando egoisticamente solo a ciò che è giusto per noi. È sacrosanto non snaturarsi e preservare i propri spazi, ma è altrettanto giusto condividere le scelte e gli avvenimenti che ci accomunano. L’unione è sinonimo di responsabilità reciproca, non individuale.

Aprirsi, anche con il rischio di non essere compresi, è fondamentale. Non si deve aver paura di esprimere sentimenti, pensieri e opinioni. Gli "scheletri nell’armadio" impediscono di vivere sereni: è meglio affrontarli subito, prima che sia troppo tardi. Altrimenti, si finisce per vivere nella menzogna, trasformando il rapporto in una farsa consapevole che, col tempo, conduce alla sfiducia e alla rottura. La chiarezza fin dall’inizio è l'unica via per un rapporto sano, dove la libertà di essere se stessi non sfocia nell'individualismo, ma nella partecipazione.

Nel mondo del lavoro le dinamiche cambiano: il rapporto si basa sulla fiducia professionale e solo raramente su quella personale. Aprirsi è concesso solo con i colleghi più affini, ma sempre entro certi limiti: esiste una soglia necessaria che divide la sfera privata da quella professionale.

Tra amici, invece, entrano in gioco meccanismi più antichi, legati al nostro passato e a una libertà più incondizionata. Non vi sono legami che impediscano di esprimere le proprie scelte o che costringano a nascondere la verità. Nelle amicizie vere — forti, leali e durature — le motivazioni che portano a celare la verità decadono. Proprio perché si tratta di rapporti storici, riusciamo a essere noi stessi: l’amico o l'amica sono, da sempre, i nostri confidenti naturali.

La differenza tra l'amico e il compagno di vita è sottile ma fondamentale. L’amico rappresenta la spensieratezza di un momento e, a volte, la valvola di sfogo per le tensioni con il partner. Il compagno o la compagna, invece, oltre a essere il confidente assoluto per le questioni più intime, è colui o colei con cui si pianifica il futuro attraverso scelte condivise, al riparo da condizionamenti esterni.

In conclusione, le verità nascoste sono sempre un danno: prima di tutto per se stessi e, di riflesso, per i rapporti con gli altri.

domenica 4 marzo 2012

Ciao Lucio Dalla


Con profonda commozione, rivolgo il mio umile saluto a un grande della canzone italiana: un uomo che ha contribuito a arricchire l’animo e lo spirito di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo e seguirlo.

La sua straordinaria personalità, accompagnata da una profonda spiritualità poetica ed espressa attraverso l’arte della musica, ha risvegliato in noi momenti di grande riflessione su temi quali l’amore, l’amicizia e la solidarietà.

Ciao Lucio… e grazie per le parole che ci hai donato attraverso la poesia della tua musica. Tutti noi ti siamo grati e ti abbracciamo con immenso affetto.



sabato 3 marzo 2012

Inno all'Amore


Meraviglioso sentimento
che accompagni in ogni momento
il nostro cammino.

Noi a te ci chiniamo,
perché grazie a te noi primeggiamo.

Una finestra sul mondo ci hai aperto
e noi, spettatori affascinati, osserviamo
quanto di bello ci viene donato.

Grazie a te il nostro animo interagisce
e gioisce.

Grazie a te i nostri pensieri e le parole
si illuminano come una pietra preziosa,
si liberano come un canto dolce e melodico.

I nostri respiri si fondono in un’unica
entità di gioia che, con soffio leggero,
sospinge le ali dell’amore verso
orizzonti infiniti.

Con occhi diversi noi viaggiamo,
perché grazie a te noi ci muoviamo.

La dolcezza e la tenerezza noi proviamo
quando siamo vicini e ci stringiamo.

Mano nella mano noi ci ritroviamo,
ogni volta che lo vogliamo,
anche quando non ce l’aspettiamo.

Grazie a te noi insieme affrontiamo
le difficoltà e tutto ciò che non conosciamo.

Grazie a te il nostro presente è cambiato
e più bello è diventato rispetto al passato.

Il futuro con più serenità noi affrontiamo,
perché ora insieme noi siamo,
e grazie a te se lo possiamo.

Amore, tu meraviglioso sentimento,
ci hai coinvolti pur non sapendo
chi noi fossimo in questo mondo;
e giorno dopo giorno,
per mano ci hai accompagnati
verso emozioni semplici e pure.

Amore, parola così piccola
ma di immensa forza,
capace di cambiare i nostri cuori,
di farci incontrare,
di unire e rendere grandi le nostre emozioni.

Stella del nostro cuore, Amore tu sei,
che doni luce alle nostre vite;
ardi perennemente in noi
e riscalda le nostre anime
soffiando un vento caldo di intima dolcezza.

Amore, grazie Amore…

La Vita



Riflessioni sul Senso della Vita

La nostra vita intraprende spesso strade nuove, o comunque differenti dalle normali abitudini quotidiane. Gli ostacoli e gli imprevisti sono sempre presenti, pronti a frenare il nostro entusiasmo e la voglia di proseguire verso il fine che ci prefiggiamo. Spetta a noi non mollare e, armati di spirito combattivo, affrontare le avversità per superare ogni intralcio che ci si pone davanti.

Le malattie, la crisi sociale ed economica, le problematiche psicologiche, le paure e l’isolamento sono situazioni negative che dobbiamo, per forza di cose, affrontare per non soccombere. In realtà, esistono anche tante realtà positive che ci donano forza ed energia: l’amore, l’affetto, i figli, la solidarietà, un abbraccio, la famiglia, il sole e tutto ciò che di bello si rivela ai nostri occhi, provocando sensazioni intense e incoraggianti.

Domande Esistenziali

Pertanto, convivono cose belle e brutte, il bene e il male, ostacoli e traguardi. Ma cos’è la vita, in realtà? È solo una continua corsa a ostacoli? Verso cosa? Perché nasciamo e qual è il nostro scopo?

Gioiamo e soffriamo, ma a cosa porta tutto questo? Qual è l’incomprensibile ragione della nostra esistenza, del nostro essere "umani"? Il nostro scopo è forse solo quello di nascere, lottare per sopravvivere e procreare? Ma per arrivare dove? Solo verso quella luce che un giorno si spegnerà? E poi?

Non è possibile che il nostro venire al mondo si riduca solo al ciclo nascita-morte, con in mezzo una miriade di sfaccettature che riempiono la nostra breve esistenza. Forse la vita è come una ruota che gira ad altissima velocità, talmente rapida da sbalzarci verso un nuovo ciclo, di natura diversa e a noi apparentemente oscura.

La Visione Spirituale

È forse la nostra vita una prova verso qualcosa di più grande? Personalmente, credo che l'esistenza non si riduca al puro materialismo terreno. È mia convinzione che ci sia dietro un percorso Divino.

Dio ci ha creati per un fine più alto, ancora a noi incomprensibile. 

Il Signore Dio nostro È

È colui che ha creato tutto ciò ed è permesso solo a Lui conoscere cosa ci attende. Egli ci indirizza nel cammino, dandoci la possibilità di scegliere tra il bene e il male. È colui che ci mette alla prova, che ci dona gioie e dolori, e che deciderà del nostro futuro.

Egli prenderà in esame la nostra esistenza terrena e la giudicherà: il Suo giudizio finale sarà il nostro futuro spirituale. Esaminerà, in base ai Suoi insegnamenti, ciò che siamo riusciti a mettere in pratica. 

Siamo solo di passaggio sulla terra, ma il Signore ci ha insegnato a viverla nel migliore dei modi: nel rispetto reciproco, con amore verso il prossimo, solidarietà e misericordia.

In qualunque momento il Signore potrà chiamarci al Suo cospetto: dobbiamo farci trovare pronti, senza alcuna riserva. 

Il Signore ci ha insegnato ad amare, e allora... amiamoci.

venerdì 24 febbraio 2012

La Solitudine



In generale, la solitudine la “subiscono” coloro che si isolano o vengono isolati da chi li circonda per motivi di diversa natura: caratteriale, psicologica, per condizione sociale, ecc. Le varianti sono talmente tante che è difficile schematizzare in poche parole come un individuo possa giungere a una condizione di questo tipo, che molto spesso è anche causa di un malessere interiore che porta ad allontanarsi proprio dal concetto di integrazione, con conseguente isolamento dal mondo esterno. Bisogna ricordare anche che la solitudine non nasce solo dall’involontarietà di noi stessi, del nostro essere o del nostro saper stare nel sociale, ma in moltissimi altri casi nasce da una volontà soggettiva dell’individuo o per scelta di vita.

Ad esempio, la timidezza e l’inibizione verso il prossimo portano queste persone a non partecipare attivamente alla vita sociale; esse si escludono autonomamente e forzatamente dai rapporti interpersonali, costringendo il prossimo ad abituarsi a non considerarli. Un altro esempio può essere rappresentato da quelle persone che si sentono autonome e libere da ogni coinvolgimento sociale.

Ci sono poi coloro che, a causa del loro modo di porsi con gli altri, rischiano una forma di isolamento meno evidente ma comunque presente nella loro vita. Questi sono gli arroganti e i maleducati, convinti di far parte di un mondo tutto loro, circondandosi di persone che ideologicamente la pensano nello stesso modo. In realtà si tratta di un falso ideologico, perché si può essere isolati anche all’interno di uno stesso gruppo apparentemente omogeneo. È come se, pur di appartenere a un gruppo, si fingesse di seguire la stessa corrente, ma in realtà è solo finzione, così come finta è l’intera compagnia. Quello che rende forte l’unione, l’appartenenza a qualcuno o qualcosa e il non sentirsi soli è la lealtà, l’onestà intellettuale, l’educazione e l’amicizia, anche se di correnti diverse.

Molto spesso il nostro modo di essere può derivare da esperienze vissute più o meno negative, che lasciano il segno nello sviluppo della nostra personalità e che ci portano frequentemente a proporci — come forma di autodifesa incondizionata — in modo negativo verso gli altri, a tal punto da non essere compresi e quindi accettati.

Ci sono poi quelli che, nonostante il forte desiderio e la volontà di socializzare e partecipare con condivisione alle problematiche sociali di diversa natura, vengono comunque e sistematicamente esclusi. Qui i motivi possono essere tristemente associabili all’ignoranza e alla scarsa maturità di alcune persone, la cui incoscienza ed egoismo vanno oltre ogni ragionevole comprensione. Tale pochezza d’animo isola alcune categorie di persone perché appartenenti a differenti ceti e condizioni sociali, razze o religioni. Povertà, colore della pelle e religione differente sono tutte cose che creano ancora separazione tra la gente.

Eppure basterebbero un po' più di cuore, altruismo e solidarietà per unire maggiormente le persone, seppur con percorsi diversi, ma con spirito di unione sociale.

mercoledì 22 febbraio 2012

La Famiglia



Cuore pulsante della sfera sociale…

Organizzazione microscopica basata su regole non scritte, ma dettate dall’educazione, dalla responsabilità, dal rispetto, dall’amore, dalla solidarietà e dall’altruismo reciproco… l’insieme di tali organizzazioni costituisce il tessuto dell’intera società.

Quando alcune di queste microrganizzazioni vengono meno per cause diverse (ignoranza, scarsa educazione, condizione sociale negativa, impoverimento, aggressività, ecc.), viene meno anche parte del tessuto sociale. Nascono i disordini, la micro e macro delinquenza, le speculazioni e quant’altro di marcio tende a insinuarsi sempre più nell’intera organizzazione mondiale.

L’intera società può recuperare terreno verso il buon senso reciproco, e con uno sguardo coraggioso e caritatevole verso i più bisognosi, solo se alla sua base le stesse famiglie cominciano ad assumere maggior consapevolezza che l’educazione, il rispetto e le non false moralità sono il seme che porterà i nostri figli a crescere verso un futuro migliore.

Educare, pertanto, i nostri figli fin da piccoli per un mondo migliore è l’elemento significativo e indiscutibile per un mondo più unito e nel reciproco rispetto, indipendentemente dal ceto sociale, dalla razza o dalle religioni.

Dal punto di vista più intimo e personale, la famiglia esprime in me molteplici sensazioni; con un'esternazione derivante dal profondo del mio animo, dico che è l’eredità che il nostro Signore Gesù Cristo ha lasciato in terra come testimonianza e rappresentazione del suo amore e della sua benevolenza nei confronti del genere umano. L’amore verso il nostro Signore non può essere paragonato all’amore terreno verso la famiglia: l’amore verso il Signore è unico e indiscutibile, ma la famiglia è la catena che lo lega a tutti noi e pertanto, nel mio intimo più profondo, penso che…

La famiglia nasce dall’amore dei nostri genitori… madre e padre… fondamenta terrene per la nostra crescita… massima espressione fisica e figurativa che mai ci abbandona…

La famiglia è il nido della nostra vita, la nostra casa, il nostro rifugio.

È il calore che ti avvolge quando ne hai bisogno.
È la protezione contro le avversità della vita.
È il cuore pulsante della tua interiorità.
È il tuo salvagente per non affondare.
È l’amore che ricevi quando ti senti vuoto.
È la spalla dove appoggiare tutto il peso del tuo fagotto esistenziale.
È l’abbraccio che ti viene offerto in ogni momento.
È la porta che trovi aperta senza bisogno di bussare.
È la bandiera delle nostre origini.
È il profumo della nostra giovinezza.
È la compagna dei nostri giorni.
È la gioia nel condividere le nostre vittorie.
È lo sfogo dei nostri pensieri.
È la nostra ancora per non andare alla deriva.
È la festa dei nostri giorni.
È l’impegno della nostra vita.
È la tenerezza degli anni che passano.
È la storia della nostra vita.
È il bacio più bello e protettivo che riceviamo e che diamo.
È l’organizzazione della nostra vita.
È la personificazione della solidarietà.
È il soffice cuscino di piume dove posare i nostri sogni.
È il saluto supremo e ultimo che possiamo dare e ricevere.

Grazie alla presenza costante del nostro Signore dentro tutti noi, che mai ci abbandona, e grazie ai Suoi insegnamenti, la Famiglia, attraverso di Lui, è… e sempre sarà…

Sguardo sul Trapianto di Rene tra Viventi



Nel processo che porta al trapianto di rene tra viventi vi sono due figure fondamentali da tenere in considerazione: il “donatore” e il “ricevente”. 

Il donatore, come dice la parola stessa, è colui che dona e che si sottopone all’espianto volontario del proprio rene; può essere un familiare (padre, madre, fratello, sorella, etc.) o un estraneo comunque compatibile. Il ricevente, molto semplicemente, è invece colui che riceve e che viene sottoposto al trapianto.

Tra il donatore e il ricevente vi è tutta una équipe medica altamente professionale che avvia una serie di procedure mediche (strumentali, ematochimiche e psicologiche) per raggiungere lo scopo finale che altro non è che la buona riuscita del trapianto, salvaguardando comunque e a priori la salute stessa sia del donatore che del trapiantato.

Aspetti psicologici

Il donatore prima di fare una scelta di questo tipo può sentirsi: 
Combattuto e spaventato, nonostante la volontà e l’amore nei confronti del ricevente. Stato, questo, che può condizionare fortemente e in negativo la stessa volontà nel proseguire nella sua scelta finale di donare. Naturalmente, anche in caso di un eventuale passo indietro, il donatore va capito, difeso e tutelato. 
Senza remore, coraggioso e spinto solo dall’amore verso il ricevente; ciò lo porta a proseguire verso il cammino dell’espianto.

Il sacrificio della donazione è supremo e nulla può essere chiesto in cambio, perché nulla potrà mai contraccambiarlo. 
Durante la fase di meditazione e programmazione al trapianto il donatore è spinto da una grande forza di volontà e senso di sacrificio. La gioia che prova, sapendo che il suo gesto rappresenta la salvezza della vita altrui, è enorme. Più vi è questa consapevolezza, maggiore è la spinta e la volontà nel procedere con il proprio gesto.
La donazione è quindi un grande gesto di Amore e di Sacrificio senza limiti.
Donare una parte di sé, un proprio organo, è appagare il senso della propria vita, è il gesto più grande che una persona possa fare per qualcuno.

Il ricevente (trapiantato) prima di fare il trapianto è consapevole del fatto che una persona cara sta per donargli il proprio rene.
Le paure e il senso di responsabilità che investono il ricevente sono enormi, a tal punto da pensare al rifiuto del trapianto stesso. I dubbi sono tanti e tutti spinti da questo senso di responsabilità nei confronti di chi dona (il familiare, madre, padre, etc.).

I dubbi e le domande sono del tipo:
E se il trapianto non dovesse andare a buon fine?
E se durante l’intervento ci dovessero essere problemi per il proprio caro?
Cosa succederebbe se ad aver problemi simili di rene dovesse essere il proprio caro in un prossimo futuro?
Etc….

Superata questa fase, dopo mille raccomandazioni, consigli e informazioni di natura medica e psicologica, con più tranquillità ma sempre con grande preoccupazione, si decide per il trapianto.
A trapianto avvenuto, superate le sofferenze iniziali, si comincia pian piano a riprendere possesso della propria vita, facendo quello che prima magari non si riusciva a fare o non si aveva la forza di fare. Si prova un grande senso di gioia, di felicità e di libertà che non si provava ormai da tempo.
Il senso di gratitudine verso chi ti ha donato il rene è enorme, così come il senso di responsabilità. La cosa più grande che si può fare per questa persona è custodire e proteggere con tutte le proprie forze quel bene prezioso che ti è stato donato: il rene e i sacrifici ad esso legati.
Naturalmente la tua vita, che apparentemente rientra nella normalità individuale e sociale, è in realtà in continua allerta involontaria per evitare qualunque forma di trauma al tuo nuovo organo. Cerchi di curare l’alimentazione e di fare attività fisica mirata e controllata; i controlli medici durante l’anno non mancano e, così facendo, la tua vita va avanti. Piccoli accorgimenti e sana vita sociale come ogni altra persona, senza farsi mancare nulla….
Dopo molti anni dal trapianto, quando ormai tutto ti sembra normale, ti rendi conto che comincia ad assalirti una nuova preoccupazione e paura, che non è minore di quella che avevi prima del trapianto, anzi è forse maggiore.
La paura è proprio quella di perdere il tuo rene, visti i tanti anni che sono passati dal trapianto. Cominci a pensare che un trapianto non possa durare tutta una vita, anche perché non si conosce ancora concretamente quella che è la vita media di un trapianto. 
Dopo più di 20 anni di trapianto questo nuovo timore comincia a crescere sempre più nel tuo animo, anno dopo anno. 
La paura poi non è solo quella di dover perdere il rene, ma anche di dover rientrare in un sistema dialitico che, seduta dopo seduta, ti consuma. Rimettersi in lista d'attesa e attendere anni affinché si trovi un nuovo donatore disponibile e a te compatibile (vivente o cadavere che sia). La consapevolezza che gli anni anagrafici non sono a tuo favore ti spaventa ancor di più. Intendiamoci: è preferibile fare un trapianto a un giovane che non a una persona avanti negli anni…

In definitiva, però, quello che bisogna fare è cercare di condurre una vita serena e felice, compatibilmente con i propri problemi, e vivere apprezzando quanto di buono la vita ci offra, attimo per attimo. Tutto il resto, a tempo debito, verrà affrontato con più maturità e forza.

Precarietà Sociale

L’incertezza del lavoro porta i giovani, e oggi anche i meno giovani, a identificarsi socialmente come “precari”.

La precarietà accompagna la vita di chi la subisce verso due percorsi differenti: uno di natura ideologica e propositiva per il futuro e l’altro di negazione e annullamento temporale socio-individuale.

Nel primo caso, il precariato potrebbe rappresentare quel passaggio formativo che, in un tempo non troppo lungo, porterebbe un giovane a trovarsi professionalmente inserito in un ciclo produttivo, con una crescita non solo professionale ma soprattutto individuale e sociale. In tal modo, tutta la società ne trarrebbe giovamento, sia dal punto di vista economico-produttivo che culturale.

Nel secondo caso — quello meno ideologico ma più reale, presente ai giorni nostri e sempre più proiettato verso un futuro incerto nei cambiamenti — si assiste all’esatto opposto del caso precedente. Tale situazione e le relative conseguenze, a dir poco emarginanti, sono ben evidenziate nello schema di seguito esposto. È quindi chiaro che un concetto di precarietà di questo tipo porta a un circolo vizioso che danneggia l’intera società.

 

martedì 21 febbraio 2012

Le Maschere dell'Orgoglio



È il sentimento che uccide l’uomo.

È il sentimento che ti isola e che ti allontana dal tuo prossimo e da chi ti vuole bene.

È il sentimento che, nella tua convinzione, non ti fa sentire inferiore agli altri.

È il sentimento che nasconde le tue difficoltà nella vita.

È il sentimento che mette a nudo la tua debolezza di individuo.

È l’incapacità di rapportarti con gli altri.

È la richiesta di aiuto che, pur non sapendolo, invii al tuo prossimo.

L’orgoglio ti fa compiere scelte sbagliate, spesso anche se ne sei consapevole.

L’orgoglio ti porta alla possessività del tuo io e di tutto quello che ti circonda.

L’orgoglio ti fa apparire freddo e antipatico.

L’orgoglio è la negazione delle idee altrui e del confronto con esse.

L’orgoglio è la negazione della felicità.

L’orgoglioso è un accentratore apparente, ma in realtà ha bisogno degli altri.

L’orgoglio è altruismo individuale, nascosto e non condiviso con nessuno.

L’orgoglio è negazione dell'espressione di gioia per qualcosa o per qualcuno.

L’orgoglio soffoca le proprie gioie per non darne dimostrazione.

L’orgoglio è qualcosa che nasce da un disagio personale che l’individuo ha maturato fin da piccolo e che, crescendo, caratterizza la sua personalità, esternandosi al prossimo senza che egli abbia la forza e la consapevolezza di evitarlo.

L’orgoglioso deve essere coinvolto nella socialità degli eventi: va aiutato e non abbattuto, non deve essere evitato ma capito e accompagnato con intelligenza nel cammino che ci accomuna...

La Pioggia


Osservando la pioggia provo un grande senso di malinconia...

Una malinconia dalle molteplici sensazioni, a me piacevoli.

Osservare la pioggia mi fa sentire più sereno e protetto da quel mondo esterno pieno di ostacoli. È come se, non potendo uscire a causa sua, io fossi, per quei momenti, immune dalle contraddizioni della vita.

Osservando la pioggia, odo in me una pace interiore che solo in pochi momenti della vita riesco a percepire. Amo la pioggia proprio per questo.

Osservando la pioggia, mentre cade delicata sulle verdi foglie che la natura offre, il mio sguardo si immerge nei ricordi più belli e teneri della vita.

Osservare la pioggia mi fa sentire avvolto dalla tenerezza che solo la propria mamma sapeva darti con i suoi calorosi abbracci. Quegli abbracci che non puoi più provare, se non solo nei tuoi ricordi più nascosti.

È talmente bella la sensazione che provi, che ti senti in pace con te stesso.

La pioggia per me è un rigeneratore d’animo, quell’animo spesso nascosto e sommerso dalla quotidiana frenesia.

E allora, che la pioggia venga pure, per tutti noi e per la natura stessa.